Le macchine per il packaging negli Usa (un anno dopo l’inizio della guerra commerciale)
Con il centro studi Mecs, torniamo ad analizzare le dinamiche export verso uno dei principali mercati di sbocco mondiale. Un anno dopo il D-Day tariffario, i numeri raccontano un mercato che si ridisegna lentamente. Per l’Italia due anni di calo: un segnale da non sottovalutare
Luca Baraldi e Generoso Verrusio
Era inizio aprile di un anno fa quando Donald Trump annunciava nel Giardino delle Rose della Casa Bianca il più ambizioso e controverso sistema di dazi reciproci della storia recente. Un anno dopo, con i dati completi del 2025 sul tavolo, è possibile fare un primo bilancio di come la guerra commerciale abbia davvero inciso sui flussi di export delle macchine per il packaging verso gli Stati Uniti.
Il quadro che emerge è quello di un mercato che non crolla (anzi, nel lungo periodo rimane uno dei più appetibili al mondo) e che si sta silenziosamente ridisegnando. Con qualche sorpresa, qualche conferma e almeno un segnale che dovrebbe far riflettere i costruttori italiani.
Un mercato da quasi 13 miliardi che (quasi) non sente i dazi
Partiamo dal dato macro. Il mercato americano delle macchine per il packaging vale oggi circa 12,719 miliardi di euro (dato 2025), con previsioni di crescita fino a 14,481 miliardi entro il 2030 (Cagr 2025-2030: +2,6%). Non è l’accelerazione del decennio scorso, ma è una crescita solida in un contesto globale incerto. Il 60% circa del mercato è coperto da produzione locale, mentre il restante 40% è import: una quota non trascurabile su cui si gioca la partita competitiva tra i principali Paesi fornitori.
Il dato più sorprendente è che le importazioni totali nel 2025 hanno subito solo una lieve flessione: -0,7%, da 5,2 a 5,17 miliardi di euro. Un calo quasi irrisorio, se si considera la portata delle misure tariffarie adottate. L’ultima volta che gli Stati Uniti avevano registrato una contrazione delle importazioni di macchine packaging era stato nel 2009, sull’onda della crisi finanziaria globale. Stavolta la tenuta è quasi intatta, ma il diavolo, come spesso accade, si nasconde nei dettagli.
La Germania si consolida, l’Italia tiene
Tra i grandi esportatori, il divario tra Germania e Italia si allarga. Berlino chiude il 2025 con 1,38 miliardi di euro, in crescita dell’1,9%, con un Cagr 2020-2025 del 7,9%. L’Italia si ferma a 953 milioni, in calo del 2,6%, con un Cagr del 7,3% nello stesso arco temporale: numeri che raccontano comunque una crescita solida nel lungo periodo, e una posizione di secondo fornitore mondiale (con una quota dell’8% del mercato americano) che resta un risultato di livello.
Il segnale che preoccupa, però, è la direzione: due anni consecutivi di calo (-6,3% nel 2024, -2,6% nel 2025) in un mercato che nel complesso tiene. Va detto che il ritmo della flessione sta decelerando, e che l’Italia non è l’unica a soffrire. Ma il confronto con la Germania, che nello stesso biennio è cresciuta del 20% e poi dell’1,9%, pone una domanda a cui è difficile non rispondere: nel posizionamento competitivo italiano sul mercato americano qualcosa non sta funzionando come dovrebbe?
Canada: il grande “malato”
Se c'è un dato che sintetizza meglio di ogni altro l’impatto dei dazi, è quello che riguarda il Canada. Il Paese della foglia d’acero – terzo esportatore verso gli Usa nel 2024 con 679 milioni di euro – crolla nel 2025 a 595 milioni, con una variazione di -12,3%. È lui il principale responsabile della flessione complessiva delle importazioni americane.
La logica è brutale nella sua semplicità: i dazi imposti da Washington a Ottawa hanno reso meno competitive le forniture canadesi, penalizzando in modo diretto un Paese che per ragioni geografiche e storiche aveva costruito una filiera integrata con gli Stati Uniti.
Il paradosso cinese
Il dato più controintuitivo del 2025 riguarda la Cina. Nonostante un contesto tariffario tra i più penalizzanti, Pechino riesce a crescere del 5,8% a 310 milioni di euro, consolidando la quarta posizione tra i fornitori del mercato americano. È un risultato che racconta qualcosa di importante: sostituire forniture profondamente radicate nella filiera produttiva è molto più difficile e costoso di quanto i dazi lascino supporre. È probabile che gli importatori americani, almeno nel breve periodo, abbiano preferito assorbire il costo tariffario piuttosto che riorganizzare l’approvvigionamento. Qualche spazio si è aperto per fornitori alternativi – Corea del Sud, India e Austria mostrano tassi di crescita sostenuti – ma su volumi ancora troppo contenuti per incidere in modo significativo sugli equilibri complessivi.
Usa: dazi arma a doppio taglio
C'è un ultimo numero che completa il quadro e merita una riflessione. Le esportazioni americane di macchine packaging hanno registrato nel 2025 una flessione del 3,6% e sappiamo che i principali mercati di sbocco sono Messico e Canada.
I dazi che Washington ha imposto ai propri vicini commerciali si sono rivelati un’arma a doppio taglio: hanno ridotto, almeno marginalmente, la dipendenza dall’import estero, ma hanno al tempo stesso raffreddato la domanda nei due mercati storicamente più vicini all’industria americana.
Il saldo netto è discutibile: un guadagno modesto sul fronte interno, un danno concreto su quello dell’export. Morale: proteggere il mercato interno ha un costo. E nel 2025 lo hanno pagato anche i produttori statunitensi.







