italiaimballaggio
July/August 2002
Luciana Guidotti
Looking up

Milan. The end of another working day (nice?bad? dunno, up to now it only seems tiresome). I get on my bicycle (civic act of courage or rashness, according to ones point of view) and go home (in my head the usual, worrying, insidious question: will I get there in one piece?).
Hot thoughts, dulled by the frenzy of a city that evermore seems foreign to me
(is that possible? Me Milanese for generations - once something to boast about, without a doubt a merit acquired without glory - alas perhaps my grandmother would also have added, I really am getting old). Between one dangerous tramtrack and another (yet trams are nice, I always dreamed of driving an old one along the canal, when I began using them to get to school: the pink tickets in extra thin paper torn off by the ticket seller in his seat, lucky him... first place of independence, of socialising and respecting the rules, “don’t speak to the driver...” “no entry” “no exit”, “don’t lean out”, “seats reserved for...”; but now everything is different: the ticket seller went years back, passengers throng to get on or off at all the doors, indifferent to bulky pregnant women or tottering old people; all mute, the snobbiest reading the newspapers, or better those “cribs” of varied news that are all the rage these days, and that are free among other things), I lift my eyes in a gesture that I have been repeating for many months. Pained, I feel the weight of tear still open in the upper stories of the Pirellone in my body (what a crash, I heard it well; but did everyone understand that it was the sign of desperation of one man alone? Some doubts). I have to get across corso Buenos Aires (at seven in the evening one of the most inhospitable places in town: chaos, haste all around, no discipline at all, cars perennially double-parked. But where are the traffic police? And a few hours before I was stopped going down a small, insignificant 100 metre long, one-way street. What zeal, what precision! I have to hand it to them). To risk of life and limb I continue along my way (but just look at this crafty crew striving to get to where they have to, but what do they have to do that is so important? Hire out a film in video-cassette, stuff themselves full of food in some “happy hour”... But I am too negative... perhaps they only simply want to go home and live out their lives and loves) suffocating in the car exhaust (there you have it, pollution... the Milanese always think that it is someone else’s fault, convenient don’t you think!). That’s how a bike-trip is, you keep yourself company with your own thoughts while you are pedaling and there is no way of holding them back (the thoughts I mean). Stop everybody! The lights are red (they seem to stay so forever). I raise my eyes (inadvertently this time) and am struck by a balcony crammed with a bright array of flowers (how nice someone who refuses to give up and continues to offer the others part of themselves).
A great idea! I will give kites to my friends for their birthdays, thus they will be forced to look up once in a while. You never know, it might change their lives.


Milano. Finita anche questa giornata di lavoro (bella? brutta? boh, per ora sembra solo faticosa). Inforco la bici (atto di civile coraggio o di imprudenza, a seconda dei punti di vista) e vado a casa (in testa la solita, inquietante, insidiosa domanda: ci arriverò sana e salva?).
Pensieri accaldati, assordati dalla frenesia di una città che, sempre più spesso, mi è straniera (possibile? per me milanese da generazioni - vanto di un tempo, senza dubbio merito acquisito senza gloria - ahimè, forse lo diceva anche mia nonna, sto proprio invecchiando). Tra una pericolosa rotaia e l’altra (però, che belli i tram, sempre sognato di guidarne uno di quelli vecchi, lungo il Naviglio, quando ho incominciato a usarli per andare a scuola: i biglietti rosa di carta finissima staccati dal bigliettaio seduto al suo posto, fortunato lui... primo luogo di indipendenza, di socialità e di rispetto delle regole, “vietato parlare al manovratore”, “vietato scendere”, “vietato salire”, “vietato sporgersi”, “posti riservati a ... ”; ma ora è tutto diverso: il bigliettaio non c’è più da anni, i passeggeri si accalcano in salita e discesa a ogni porta, indifferenti a ingombranti donne incinte o anziani traballanti; tutti zitti, i più snob a leggere il giornale, o meglio quei “bigini” di notizie varie che stanno facendo fortuna di questi tempi, e che sono gratis tra l’altro), alzo gli occhi, in un gesto che ripeto da molti mesi. Sconsolata, avverto come un peso lo squarcio ancora aperto ai piani alti del Pirellone (che schianto quella volta, io l’ho sentito bene; ma hanno veramente capito tutti che è stato il segno della disperazione di un uomo solo? Qualche dubbio). Devo attraversare il corso Buenos Aires (alle sette di sera, uno dei posti più inospitali della città: fretta e caos oltre misura, tasso di indisciplina alle stelle, auto in seconda fila perenne. Ma i vigili, dove sono? E a me, in bicicletta, poche ore prima hanno impedito di imboccare un piccolo, insignificante senso unico lungo 100 metri. Che zelo, che precisione! Tanto di cappello). A mio rischio e pericolo, continuo sulla strada (ma guarda sti’ furbi, smaniosi di arrivare dove devono, ma cosa dovranno mai fare di così importante? Affittare un film in cassetta, abbuffarsi in uno dei tanti happy hour… sono troppo cattiva, magari vogliono semplicemente tornarsene a casa e vivere i propri amori) soffocando nei gas di scarico (già, l’inquinamento... i milanesi credono sempre che sia colpa di qualcun altro, comodo eh!). Il viaggio in bici è così, ti fai compagnia pensando mentre pedali e non c’è verso di tenerli a freno (i pensieri). Fermi tutti, il semaforo è rosso (quanto dura questo). Alzo gli occhi (casualmente, questa volta) e vedo un balcone così carico di fiori colorati da far impressione (che piacere, qualcuno non demorde proprio e continua ad offrire agli altri qualcosa di sé).
Che idea! Agli amici, per il loro compleanno, regalerò aquiloni, così dovranno guardare in su, qualche volta. Chissà che non gli cambi la vita.